La confraternita del Tortellino

A Bologna è talmente radicata la “Tortellinolatria” che si potrebbe tranquillamente usare il tortellino come emblema “carnoso” della città.

Secondo Ippolito Nievo “Si mangia di più a Bologna in un anno che a Venezia in due, a Roma in tre, A Torino in cinque, a Genova in venti”.

La cucina emiliana è una cucina pingue come la terra grassa e nera che, fiancheggiando la Via Emilia, discende pigra verso l’Adriatico; neanche da far confronto con i faticati colli toscani sull’altro versante dell’ Appennino, perentoria catena che divide la paciosa Italia del burro dalla nervosa Italia dell’olio.

Mentre il toscano lotta per strappare i frutti agli olivi in ogni piccolo centimetro di podere, in Emilia la campagna si concede all’uomo prima ancora che l’uomo chieda.

Bologna la dotta, si sa, fa rima con ghiotta. I bolognesi, che nel parlare succhiano le sillabe come giuggiole, e citano Cicerone in tre lingue, prima in latino, poi in dialetto e solo alla fine in italiano, hanno lanciato una massima: “In studio et in mensa Bononia docet”.

Bologna insegna nello studio e sulla tavola, questo il motto della grandiosa Confraternita del Tortellino nata nel 1965 per tutelare l’origine storica del Tortellino e la supremazia della cucina petroniana su quella modenese.

Lo scopo statutario è “l’interesse per la cucina Bolognese in particolare, e dell’Emilia Romagna in generale, difendendo e diffondendo le più antiche ricette gastronomiche, soprattutto quella del Tortellino, l’immagine più autentica della cucina e della cultura Bolognese”. Così infatti si esprimeva il fondatore Poggi: “Da epoche immemorabili, attraverso storie e leggende, Bologna è nota quale creatrice del tortellino né vi sono dubbi in proposito”.

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